Intervista al giudice Giovanni Falcone
- Giudice Falcone, parliamo subito di Palermo, la nostra città. Il suo amico e collega Paolo Borsellino ha detto una volta che “Non mi piace Palermo, ma la amo: e come tutto quello che si ama, voglio aiutarla a cambiare in meglio”. E cosa prova lei per la città di Santa Rosalia?
L’amo anch’io, non potrebbe essere altrimenti: Palermo è nel mio sangue, scorre nelle mie vene. Se così non fosse stato, non avrei lavorato per tentare di regalarle il dono della legalità. Avrei voluto, comunque, viverla di più. Nei miei ultimi dodici anni ho risieduto soprattutto nelle corti di giustizia, nelle carceri, negli uffici superprotetti. Sono uscito poche volte e ho goduto del sole palermitano soltanto attraverso i finestrini blindati dell’Alfa Romeo. Ma, come ha detto Paolo, amare significa anche sacrificarsi ed io ho scelto di comprimere la mia libertà per il senso del dovere, convinto che una società possa muoversi nel progresso, nell’esaltazione dei valori, della famiglia, del bene e dell’amicizia solo se ognuno di noi si comporta come si deve in relazione al prossimo. Giuseppe Mazzini, infatti, diceva: “La vita è missione ed il dovere è la sua legge suprema”.
- Un dovere che lei ha concentrato nella lotta contro Cosa Nostra.
Sì. Ma sia chiaro subito questo: non ho combattuto per fare l’eroe ma perché io sono stato un servitore dello Stato e della società di cui lo Stato è l’espressione. Lo Stato così com’è, senza idealismi, che deve essere rispettato. Il senso del dovere è conseguenza essenziale del mio lavoro. Ho lottato contro la mafia, poi, perché sono stato coerente con me stesso: io sono siciliano. Non avrei potuto fare altrimenti. Inoltre, diciamocela tutta, il siciliano è il peggior avversario per il mafioso, perché il primo è immerso nella cultura del secondo, ne conosce il lessico delle piccole cose, i gesti e i mezzi gesti. Insomma, si può combattere al meglio contro la mafia conoscendola e comprendendola direttamente.
- Ma la guerra contro Cosa Nostra può condurre ad una vittoria? Si può sconfiggere, oppure è destinata ad esistere sempre?
La mafia non è affatto invincibile. Si tratta di un fatto umano e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine. Ma è un fenomeno di una densità imponente, ragione per la quale si può vincere non pretendendo l’eroismo dai cittadini inermi, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori dello Stato. La lotta contro Cosa Nostra, inoltre, non può fermarsi a una sola stanza, ma deve coinvolgere l’intero palazzo. All’opera del muratore deve affiancarsi quella dell’ingegnere. Se pulisci una stanza non puoi ignorare che altre stanze possono essere sporche, che magari l’ascensore non funziona, che non ci sono le scale. Ad esempio, io sono andato a Roma per contribuire a costruire il palazzo. Ma non mi hanno dato il tempo per vederlo ultimato.
- Cos’ha determinato la conclusione dell’esercizio del suo dovere?
L’isolamento. La storia della mafia insegna, infatti, che la criminalità organizzata colpisce la vittima nel massimo momento del suo isolamento. Chi perché ha battagliato politicamente (come nei casi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre), chi perché ha scritto troppo (ad esempio, Giuseppe Fava e Mauro De Mauro), chi perché ha lavorato bene. Cosa Nostra uccide la gente dopo che è rimasta sola o dopo che è entrata in un gioco troppo grande; perché non ha le alleanze opportune o perché ha perso i sostegni fondamentali. Si sa che da noi la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.
Fonti: Wikipedia, YouTube e Cose di Cosa Nostra (di Giovanni Falcone in collaborazione con Marcelle Padovani).













[...] televisivo, ma la cui azioni siano indirizzate al miglioramento della società: ci vogliono i Giovanni Falcone ed i Paolo [...]
una persona viene isolata quando si ha paura di lei, o delle conseguenze che scaturiscono dallo starle vicino. Hanno lasciato soli gli uomini che ci stavano salvando, la storia si ripete, sempre…
Bellissima intervista.
Si tende sempre a ricordare che sono stati uccisi. Tanto che spesso vengono fatte manifestazioni nei giorni drammatici dell’uccisione. Pensiamo a questa come la battaglia persa contro la mafia. Preferisco ricordare a quello che hanno fatto. Alla loro battaglia vinta contro la mafia. La guerra però non è ancora finita…
innanzi tutto. ciao giovanni. Abbiamo sempre pensato a lui come nostro eroe, ha dato la vita per distruggere qualcosa, che era molto più grande di lui, la mafia. Abbiamo visto le interviste che faceva nel programma le opinioni con buscetta e badalamenti , dove si raccontava di boss, politici ,grande gente che era implicata in una corruzione per la devastazione della città e quella gente che la ucciso, ecco perchè lui nn stava molto a palermo ma la amava da lontano, il giorno che stava per entrare nella palermo da lui amata , nn ha avuto neanche il tempo di sentire l’odore del mare, oggi a palermo , se vi regna più tranquillità dobbiamo ringraziare proprio lui . ciao grande amico nostro
Bellissima questa intervista. Giovanni è un eroe, ha saputo combattere e dare pure la vita per la lotta alla Mafia. Non so se ne sarei capace, anzi di certo no. Non può essere dimenticato. Ci sono ancora grandi uomini che non vivono soltanto per il denaro e/o per il potere. Grazie Giovanni.
da brividi, spero che possano sempre esistere persone csì che sono la speranza per la nostra isola
[...] riferisce alla strage del 1992 in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. È un’ovvia minaccia rivolta al Capo [...]
Molto bella questa intervista
“Felice il paese che non ha bisogno di eroi”, fa dire Brecht a Galileo (citazione più che abusata, lo so). Chissà cosa avrebbe pensato Brecht di un paese dove il senso dello Stato è una caratteristica sufficiente a fare di una persona un eroe (spesso suo malgrado). Con la strage di Capaci (e quella di via D’Amelio, subito dopo) non si volevano uccidere soltanto gli uomini, i giudici; si puntava a eliminare quel modo di combattere la mafia conoscendola, comprendendone i meccanismi anche psicologici; da siciliani, insomma, come hai spiegato molto bene nel post. E’ un conforto inadeguato il sapere che quelle due azioni segnarono l’inizio della fine di un certo tipo di “cosa nostra”.
Bellissima questa Intervista,questa del Giudice G.Falcone,e il g P.Borsellino, per mè, rimangono per sempre nei miei Pensieri questi Eroi, e io sono fiero di avere i miei parenti di Palermo, una Città Stupenda e la sicilia una Isola,Meravigliosa.