Intervista a Vittorio Emanuele Orlando

Intervista a Vittorio Emanuele Orlando

- Onorevole Vittorio Emanuele Orlando, partiamo subito dal suo discorso di martedì 28 luglio 1925, a cui L’Ora ha dedicato tutto il foglio della prima pagina. C’è stata, infatti, la proclamazione dell‘Unione Palermitana per la Libertà. Il convegno ha avuto uno straordinario successo di gente: non solo è stato strapieno il cinema Diana, ma anche tutta la zona di via Ruggero Settimo è stata attraversata da un intenso movimento di vetture e di automobili.

E sì, è stato un successo. I locali sontuosissimi del cinema Diana, infatti, si sono rilevati troppo piccoli per potere accogliere l’immensa folla che è accorsa alla cerimonia. Un successo che, comunque, mi aspettavo: la gente palermitana è stata molto attaccata a me e lo ha dimostrato anche nel futuro. Appena arrivato sul palco, commosso per il caloro applauso dei presenti, sono rimasto in piedi per cinque minuti, ringraziandoli. Con me c’erano tanti importanti amici, come il senatore Principe di Trabia, l’onorevole Scordia e l’onorevole di Cesarò.

- Il fascismo governava da tre anni, da lei sostenuto, imponendo un concetto di libertà peculiare ed emarginato a sé. E per lei, onorevole, cos’è la libertà?

Ebbene, ritengo che la vera libertà sia il presidio essenziale dell’autorità e, dal punto di vista politico, è il terreno di combattimento per i partiti. Mi spiego meglio: per quanto riguarda la lista che presentai allora, tutti i partiti che si trovarono uniti nella lotta considerarono la libertà come il terreno comune, così come due duellanti leali determinano prima il terreno del combattimento. Ma dall’altra parte dello schieramento, tuttavia, si combatté per il principio che si vuol credere opposto a quello della libertà, cioè per il principio di autorità. Un fenomeno curioso. Naturalmente l’altra parte è quella dell’antripatriottismo bolscevico, che in Sicilia contrastammo con le unghie e coi denti.

- Cambiamo argomento, anche se con la libertà c’entra sempre: la mafia. Qual è il suo pensiero a riguardo?

Dipende in che modo ci riferiamo ad essa. Se per mafia, infatti, si intende il senso dell’onore portato fino all’esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma induge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte; se per mafia s’intendono questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana, e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo. Ma se per mafia s’intende quella delinquenza comune, che abbiamo noi e che hanno tutti i paesi del mondo, ebbene io mi limito a dire questo: che, se in quanto vi sono persone, le quali per le loro necessità, debbono subordinare a un permesso d’armi la loro fede politica, ed il loro orto elettorale, è evidente che nessuna di queste persone può essermi gradita.

Nota a pié di pagina: In piazza Vittorio Emanuele Orlando sorge il Palazzo di Giustizia, dove lottarono contro la mafia eroi quali Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Rocco Chinnici (e tanti altri). Sul politico intervistato, Tommaso Buscetta disse che era un uomo d’onore; lo storico John Dickie scrisse che “la sua clamorosa strizzatina d’occhio ai boss è entrata nella storia come uno dei momenti più bassi nella lunga e spudorata coabitazione tra assassini e rappresentanti eletti del popolo”.

Fonte: L’Ora, edizione di martedì 28 e mercoledì 29 luglio 1925 (collezione di Walter Giannò).

 

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