A proposito di briganti legittimisti
Il 17 marzo 1861, mentre a Civitella del Tronto Borboni e Piemontesi continuavano a combattere, a Torino alle ore 11 veniva proclamato il Regno d’Italia.
I nuovi padroni attraverso la propaganda di illuminati liberali avevano promesso la fine delle ingiustizie, la divisione dei feudi e l’assegnazione della terra ai contadini. E così i grandi proprietari terrieri, che un tempo erano filoborbone, si erano riscoperta un’ anima liberale diventando più ricchi.
I contadini erano rimasti con la paga-elemosina di due carlini al giorno, ma per loro c’erano delle novità: l’aumento dei prezzi del pane e del sale e la coscrizione militare obbligatoria, da cinque a otto anni (sotto i Borbone ogni comunità sorteggiava due coscritti su mille abitanti). D’altra parte, dopo le campagne contro Austria e Crimea, i Piemontesi avevano bisogno ancora di ripulire il meridione, levare Roma al papa e prendersi il Veneto, e la manodopera era necessaria…
Furono fucilati in tanti, tra i venti e venticinque anni, perché renitenti alla leva, compresi quelli che non avevano saputo nulla perché il bando non era stato diffuso nei loro paesi. Se ne stavano lì a zufolare tra le pecore o a zappare la terra quando una pattuglia di soldati arrivava; non capivano una parola perché gli stranieri parlavano in francese o in dialetto piemontese. Venivano piazzati davanti ad un muro o ad un albero e subito giustiziati. C’erano tutte le premesse insomma perché una ribellione popolare potesse avere seguito.
Il 7 aprile, Carmine Crocco con trenta briganti occupò il castello di Lagopesole e piantata la bandiera con lo stemma dei Borbone promise a chi l’avesse seguito una paga di sei carlini al giorno più il ricavato dei saccheggi. Bastava presentarsi dicendo il nome del garante e si veniva assegnati ad una banda in base ad opportuni criteri di provenienza e di parentela. Poi, tutti insieme. Appassionatamente. Avevano doppiette da caccia, tromboni, vecchi fucili francesi, carabine; i guerriglieri più naif agitavano falci, roncole e forconi. Tutti portavano la coccarda rossa o il nastrino sul cappello. Le bandiere erano i lenzuoli rubati chissà a chi, con sopra cuciti i nastri azzurri. Era l’inizio della guerra contro l’esercito straniero di occupazione. E fu guerra sporca.
Nella foresta di Monticchio, Crocco, divenuto generale, riunì e ordinò le bande, ognuna con venti uomini affidata ad un sergente e a due caporali. Erano già in 500. Ma quel piccolo esercito in armi non contava solo briganti, c’erano dentro ex soldati borbone ed ex garibaldini i cui eserciti erano stati sciolti, i primi perché non recuperabili, i secondi perché democratici. C’erano i ”pastorielli” renitenti alla leva obbligatoria, i contadini senza terra delusi dalla mancata riforma agraria, gli evasi dai bagni penali, i ribelli individualisti.
Al grido di “viva Francesco II”, dietro la bandiera bianca con i nastri azzurri, caddero Ripacandida, Barile, Rapolla,Venosa, Lavello e ovunque si ripeterono scene di saccheggi, vandalismo e distruzione. I preti intonarono il Te Deum.
Le popolazioni del Mezzogiorno appoggiarono i briganti perché loro parenti, amici o vicini di casa; li sostennero perché rappresentavano il braccio armato contro le angherie dei notabili latifondisti, il simbolo delle loro aspirazioni frustrate e l’unico modo possibile per vendicare torti ed ingiustizie subite da secoli.
Ma i briganti post-unitari, figli del Regno d’Italia, seppur mitizzati, hanno poco del “bandito sociale” anche se contrastando con l’oppressore ne diventano vittime e acerrimi nemici. Testimoni di una violenza sistematica a danno dei più poveri, spesso involontari eroi, spingono la protesta verso la riparazione dei torti, creando argini all’arroganza di chi comanda.
Ma c’è arroganza in loro stessi, prevaricazione e tragiche parodie di potere, pur se nei racconti trasmessi da padre in figlio, nelle leggende e nei canti popolari si stemperano gli omicidi, le violenze e le bestialità che il brigantaggio portò con sé ad ogni impresa. La vendetta chiama il sangue; la crudeltà infonde nel nemico la paura ed è tragico avvertimento; la determinazione impone il rispetto.
Sicuramente la violenza di tanti e la particolare ferocia di alcuni non possono cancellare le pagine di storia scritte dagli “affricani”, dagli “infidi e verminosi cafoni”, da coloro che il generale Solaroli, aiutante di campo di Vittorio Emanuele II, chiamava “le più grandi canaglie dell’ultimo ceto”in un Parlamento composto per lo più da nobili gentiluomini i cui interessi contrastavano con quelli della povera gente del Mezzogiorno.
Quella del 1861 fu rivolta sociale, crisi di rigetto, reazione legittimista, lotta di classe fra i contadini e la borghesia premiata dallo stato liberale. Rivoluzione tradizionalista con un po’ di fascino noir, criminalizzata per troppo tempo, ma tanto simile alle rivolte degli indios e dei campesinos dell’ America Latina. Di contro la repressione Piemontese con i carabinieri, i bersaglieri, gli eserciti guidati dai generali Cialdini e Cadorna, Fumel e Pallavicini.
Solo nel 1862, gli uomini impegnati nella repressione del brigantaggio anti-unitario furono 211.416; 37 furono i paesi rasi al suolo; 15.665 i fucilati; 20.000 i morti in combattimento; 47.700 gli incarcerati per motivi politici; 40.000 i senza tetto.
Alla fine di tutto, nel 1872, saranno 300.000 i briganti uccisi, 339.397 i detenuti di cui 56.000 i meridionali imbarcati per Genova per essere internati nei campi di concentramento vicino Torino di San Maurizio Canavese e di Finestrelle. Altri 50.000 saranno gli imbarcati nei bastimenti che partivano pe’ terre assaje luntane, in fuga verso la Merica. O briganti o emigranti.
Pulizia etnica giustificata dalla predisposizione criminale dei meridionali “scientificamente” dimostrata dal criminologo Cesare Lombroso con la misurazione dei crani dei briganti. Lo stesso direttore del manicomio giudiziario di Aversa, dottor Biagio Miraglia, non avrebbe perso occasione per dire la sua a proposito del brigante Giona La Gala: “quest’uomo volgare che porta in faccia la ferocia e la vigliaccheria insieme, presenta il cranio che non smentisce l’abuso incorreggibile dei più sozzi e sanguinari istinti…per lo chè gli organi della distruttività, della secretività, dell’acquisività e di ogni altra tendenza animale per si grosso volume eccitati da una volontà caparbia ed astuta e secondati da una ineducata intelligenza si mostrano predominanti sul resto…”
Giona e il fratello Cipriano, con tre loro gregari, erano stati arrestati mentre sul piroscafo francese Aunis si recavano a Marsiglia sotto le false identità di eleganti mercanti di vini e granaglie. Era stata una di quelle operazioni che si vedono nei film d’azione americani. Tre lance armate della Regia Marina Italiana avevano circondato nel porto di Genova il vapore, 25 carabinieri erano entrati armati e individuato, immobilizzato e impacchettato i briganti, li avevano spediti in carrozza chiusa al Palazzo del Governo.
I Francesi, scandalizzati, avevano subito protestato contro gli Italiani perché la cattura era avvenuta in barba alle convenzioni internazionali. Si erano mossi ambasciatori, funzionari del ministero, politici, giornalisti, dall’una e dall’altra parte. La solita querelle Italia-Francia, quindi tutto era finito a “tarallucci e chardonnet” : i briganti furono consegnati ai gendarmi francesi e i francesi li restituirono agli italiani, acconsentendo alla richiesta di estradizione.
Furono condannati a morte, la pena quindi venne commutata in carcere a vita. La stampa, forse informata dal dottor Miraglia, li segnalò ai lettori come “cannibali”. Ma l’ufficiale Gaetano Negri, cacciatore di briganti, futuro sindaco di Milano e Senatore del regno, nelle sue lettere al padre, ebbe a trovare una giustificazione sottile per l’insorgere del brigantaggio e dei suoi manutengoli:
“Le popolazioni delle provincie del Sud avvezze a giacere da lungo tempo nelle tenebre più fitte del dispotismo, non ebbero la forza di sopportare improvvisamente lo splendore della libertà e ne rimasero abbagliate e confuse!”
Insomma, questione di troppa luce savoiarda.






















Ma perchè i briganti recavano terrore anche alle popolazioni locali??