Il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri “il codice attuativo della riforma degli appalti”, dopo l’approvazione della delega da parte del Parlamento. Delrio l’ha presentato come “una corposa riforma che mira a rendere il sistema dei lavori pubblici e delle concessioni finalmente all’altezza di un grande Paese europeo. Semplificazione, trasparenza, lotta alla corruzione, e qualità sono gli elementi chiave” della riforma. Sul primo punto, quello dello snellimento delle norme, il ministro ha sciorinato i numeri: si passa dal vecchio codice “da 660 articoli e 1500 commi a 217 articoli con una scelta di grandissima semplificazione e recepimento delle direttive europee”.

L’argomento è di grande interesse e dibattito in Sicilia. Lo scorso settembre il Consiglio dei ministri aveva impugnato la legge siciliana di riforma degli appalti. Una decisione che aveva gettato nello sconforto gli imprenditori edili e le associazioni di categoria, preoccupate di non poter proseguire con i lavori già iniziati e che avevano chiesto garanzie all’esecutivo.

Secondo il governatore Crocetta però la legge impugnata sarebbe l’unico strumento per contrastare le infiltrazioni mafiose. Ed oggi Rosario Crocetta è tornato a ribadirlo.

“Sul blocco della legge sugli appalti del luglio 2015 non mi fermo affatto. Le gare in corso non possono essere affidate con una norma sulla quale grava il sospetto di essere gradita a imprenditori vicini a Matteo Messina Denaro”.

Il governatore usa la lotta alla mafia come chiave per scardinare, da un punto di vista mediatico, l’impugnativa formale della norma voluta dal Consiglio dei Ministri. “Sulla lotta alla mafia non si fanno sconti a nessuno. Ciò che piace ai nemici della istituzioni non può piacere alle istituzioni. Dobbiamo bloccare quella legge e nella prima seduta utile va detto con chiarezza che quella norma non si applica più. In Sicilia – ha continuato il governatore – deve essere adottata la legislazione nazionale sulle posizioni del ministro Delrio. Occorre smetterla con l’idea – ha aggiunto Crocetta – che le norme sull’aggiudicazione degli appalti vengano fatte dalle associazioni di categoria, perchè negli ultimi dieci anni si è sempre fatto così, le categorie proponevano norme e dopo due anni che le avevano proposte ne chiedevano la modifica”.

“Quando si vara una norma – ha detto ancora il presidente – si valuta sempre l’interesse pubblico. Il confronto con le associazioni di categoria va certamente fatto, alla luce del sole come abbiamo sempre fatto, ma queste sappiano isolare al proprio interno i soggetti lontani da logiche non istituzionali e qualche volta vicini alla mafia. La legge non è stata proposta dal governo, ma dal parlamento, io non ho partecipato ai lavori, ma con questa iniziativa voglio difendere l’onorabilità dei parlamentari che non c’entrano nulla col sistema mafioso, che sono unicamente responsabili di aver avuto un confronto con le associazioni di categoria. Trovo disdicevole che nel computer di un imprenditore si registrino nomi di deputati da convincere a far passare una legge. Con questa abrogazione, si dà il messaggio di istituzioni completamente autonome, ribadendo che nessuno può tentare di strumentalizzarle per fini privati. La Sicilia è cambiata e – ha concluso Crocetta – ne prenda atto qualche nostalgico del vecchio sistema”.

Sulla questione interviene anche il presidente dell’Ance Sicilia, Santo Cutrone secondo cui la ‘vecchia’ legge regionale non favorisce la mafia, anzi la contrasta. Cutrone spiega: “L’articolo 97 del nuovo Codice degli appalti appena approvato dal governo nazionale, riguardo al metodo di determinazione delle offerte anormalmente basse, riprende il criterio previsto dalla legge regionale 14 del luglio 2015 attualmente in vigore in Sicilia e che sin dalla sua applicazione ha azzerato l’eccesso di ribassi anomali in tutte le gare celebrate nell’Isola da metà luglio 2015 in poi. Affermare, dunque, che la legge regionale sugli appalti in vigore ‘favorisce la mafia e va per questo abrogata’ equivarrebbe a sostenere che favorisce la mafia anche il nuovo Codice degli appalti voluto dal premier Matteo Renzi e dal presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone”.

Cutrone ricorda inoltre che “il testo finale di questa legge del 2015, nata come proposta, fra gli altri, dell’allora presidente M5s della commissione Ambiente dell’Ars, Giampiero Trizzino, è frutto di un emendamento del governo Crocetta – lo stesso che ora vorrebbe abrogarla ripudiando una propria ‘figlia’ – al termine di pubblici confronti svoltisi alla luce del sole nelle commissioni di merito (senza quindi bisogno di ‘avvicinare’ alcun deputato) ai quali hanno partecipato tutte le associazioni di categoria e i sindacati“.

“In verità – conclude Cutrone – , stando ai riferimenti temporali, possiamo intuire che il provvedimento al quale si riferiscono le indiscrezioni di stampa e che sarebbe stato oggetto di attenzioni ‘lobbistiche’ da parte di mafiosi e imprenditori altro non sia che il ddl 488-762, esitato per l’Aula il 16 luglio 2014 (che, a nostra memoria, non è mai stato approvato dall’Ars) il cui contenuto è assai diverso dalla legge attualmente in vigore; legge che, come detto, l’Ance Sicilia sostiene perché ha in sé principi e soluzioni tecniche efficaci, la cui validità è stata confermata dal nuovo Codice degli appalti e anche dall’impugnativa della Presidenza del Consiglio dei ministri che si riferisce al perimetro della potestà legislativa regionale e non al metodo di esclusione delle offerte anomale”.