l'intervista al sopravvissuto francesco barrancotto

Raccontare il "Il male assoluto" perché l'orrore non si ripeta

dachau

28 gennaio 2012 -  Ricordi indelebili, “perpetui”: dai quali non ci si potrà, mai, separare. Il terrore, la spersonalizzazione, la violazione del corpo e dell’anima. Nulla, perché qualcun altro, decide per te. L’oscenità del male, assoluto e prepotente.
“Ci trovavamo nel campo, affamati, picchiati, costretti a lavorare. Ci chiedevamo come fosse possibile “. Una sopraffazione continua, vissuta in prima persona.

Francesco Paolo Barrancotto oggi ha novant’anni: ex carbonaio, padre e nonno.
La sua è una tra le oltre 750 mila storie di altrettanti soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943: uomini catalogati come IMI (internati militari italiani), condotti nei lager del Terzo Reich.


Nel raccontare il proprio olocausto, Francesco è un fiume in piena. Date, ricordi, immagini dei volti di amici e commilitoni che oggi non ci sono più. Chi ebbe la fortuna di tornare a casa dopo la guerra, dovette fare i conti con un’esistenza mutata per sempre, e la consapevolezza di aver visto e vissuto ciò che mai si vorrebbe mai conoscere. “Non è stato facile ricominciare – dice Francesco con la vote rotta dal pianto – .Quando sono tornato a Polizzi Generosa – suo paese d’origine – ero distrutto. Come se la guerra, oltre alle città e ai palazzi, avesse bombardato anche me. Pesavo 33 chili, mi reggevo in piedi a stento. Non ho mai dimenticato, ed è giusto che sia così. Le nuove generazioni devono sapere cosa è successo realmente”.

Francesco Barrancotto ha incontrato nel corso della propria vita migliaia di studenti. Per raccontare loro gli orrori del nazismo. Nel 1941, a soli 19 anni, ricevette la chiamata alle armi, partì il 5 gennaio.
Dopo l’Albania, venne trasferito a Rodi. L’8 settembre del 1943 cambiò tutto.
“Quella mattina stessa aerei cominciarono a sorvolare i nostri cieli lanciando volantini sui quali c’era scritto che i nostri nemici non erano più gli anglo-americani ma i tedeschi”. Fu l’inizio dell’orrore più cupo.

Le memorie di Francesco sono raccolte in due pubblicazioni. Il primo libro La stanza dei ricordi, è un autobiografia puntuale ed attenta “di uno che non aveva completato nemmeno la prima elementare, quasi analfabeta ma che a 80 anni ha pensato: voglio provare a scrivere la storia della mia vita”. Ricordi raccolti adesso anche nel volume Il male assoluto, la dura memoria della Shoah, terza pubblicazione della collana I Quaderni della Memoria, significativo progetto della Provincia Regionale di Palermo.

Francesco continua il suo racconto su quanto avvenuto a Rodi. “I gerarchi presenti sull’isola avevano aderito alla Repubblica di Salò di Mussolini e quindi l’intera penisola balcanica cadde sotto le forze dell’Asse. L’esercito nostro si è arreso”. Il viaggio verso la Germania durò 27 giorni. Prigioniero di guerra numero 18963 e una stella rossa apposta sul pastrano e sul pantalone. Era come essere un bersaglio, perchè “Hitler aveva detto che un priogioniero di guerra era come due nemici, e chi ne vedeva uno doveva ucciderlo subito”.

Poi, la terribile destinazione: Lager Rezeikonung di Ssnabruck, nella Prussia Orientale. Oltre dodici ore di lavoro al giorno in una miniera di ferro, pochissima zuppa di rape, ed un chilo di pane nero al giorno da spartire in sei “che tagliavamo fino fino come la carta”. Nessuna domanda, nessuna speranza. “Non credevo – conferma il nostro narratore – che sarei tornato a casa. Volevo vivere, rivedere la mia famiglia, ma farcela sembrava impossibile“. E poi, i soprusi, innumerevoli, continuamente. “I comandanti tedeschi ci facevano la pipì addosso. Ci pestavano con i piedi, a sangue”. Solo qualche ora per il riposo, e poi di nuovo a lavorare “anche con la febbre o la dissenteria, chi stava male non lo diceva a nessuno. Dall’ospedale non si tornava più”. Nel maggio del 1945 la liberazione, con l’arrivo dell’ottava armata inglese. “Sta gente – ovvero i tedeschi – non doveva nascere proprio – scrive Francesco ne Il male Assoluto. E intanto sono nati”.

Storie terribili, dettagli atroci. Alla Libreria Feltrinelli di Palermo, dove questo eroe della sopravvivenza ha partecipato ieri alla presentazione del volume – il pubblico assiste al suo racconto con gli occhi lucidi e l’espressione di chi vuole capire. Perché uomini hanno potuto fare questo ad altri uomini?

Il Male assoluto, la dura memoria della Shoah, presenta sei racconti biografici di deportati e internati nei lager nazisti. Un progetto complesso, frutto di una lunga gestazione e di un percorso di ricostruzione storica difficile. Carmelo Botta, insegnante e co-autore della pubblicazione insieme ai docenti Michelangelo Ingrassia e Francesca Lo Nigro spiega: “Il dovere di raccontare è l’unica bussola di orientamento. Abbiamo cercato e trascritto storie, consapevoli di scavare in dolorosi ricordi. Scrivere il libro è stato come cercare e guardare il faccia l’orrore. Come nel caso della storia di Elvia Bergamasco, cavia da laboratorio di Auschwitz“.

Sopravvissuti che hanno accolto gli autori con disponibilità, aperto il loro cuore e mostrato “la carpettina dei ricordi”: carte, documenti, foto degli anni della ferocia. “Un lavoro – aggiunge Michelangelo Ingrassia – che è obbligo morale nei confronti delle nuove generazioni. L’Olocausto non è considerabile un capitolo chiuso per sempre. Le cause che lo determinarono sono quanto mai e pericolosamente attuali. Basti pensare ad alcuni concetti, come quelli di cittadinanza, integrazione e crisi economica. La loro esasperazione ha portato nella Germania nazista alla creazione di odio politico istituzionalizzato a partire dal pregiudizio antiebraico. A nutrirlo, non solo i tedeschi ma l’intera Europa”.

“La storia – conclude Francesca Lo Nigro – va raccontata per quello che è, dalla viva voce dei protagonisti. I ragazzi vogliono sapere, comprendere, si interrogano sullo sterminio metodico e scientificamente organizzato di ebrei, dissidenti politici, omosessuali. E ci chiedono spiegazioni. Al di là di ogni intento didattico, bisogna mettere nero su bianco, soprattutto nella fase storica in cui ci troviamo. La memoria ha valore solo se condivisa e resa collettiva”.

La memoria che diventa dovere, tributo alle migliaia di vittime inghiottite dalla follia nazista.

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