11 gennaio 2012 - Rosario Spatola, di Campobello di Mazara, è un ex spacciatore che riferì durante gli anni Novanta al giudice Paolo Borsellino alcune informazioni su traffici di droga nella zona del trapanese e sul ruolo del clan guidato dal boss Francesco Messina Denaro.
Borsellino non riteneva che Spatola fosse uomo d’onore perché figlio di un poliziotto, ma anche perché non venne mai trovata traccia della “cosca svizzera” che lo avrebbe iniziato. Le rivelazioni di Spatola sono state utilizzate solo ed esclusivamente nelle parti che si prestavano a riscontri oggettivi.
Il pentito lanciò anche accuse contro l’ ex ministro Calogero Mannino poi assolto che lo denunciò per calunnia. Al processo, celebratosi a Sciacca, Spatola però ritrattò con una lettera tutte le accuse rivolte in precedenza a Mannino. Durante la sua collaborazione con la giustizia italiana, in seguito ad alcune “violazioni comportamentali”, la commissione pentiti già alla fine del 1990 gli aveva revocato la protezione riservata ai testimoni a rischio.
Dopo essere stato nuovamente arrestato, il pentito cominciò a lanciare accuse su presunti “patti” illeciti tra i collaboratori di giustizia. Spatola nel corso di un interrogatorio ha riferito che il pentito Gioacchino Pennino lo avrebbe avvicinato nel maggio del ’96 per indurlo ad accusare Andreotti. Sempre Pennino, insieme con Tullio Cannella, lo avrebbe invitato ad accusare Luigi Croce, adesso procuratore di Messina, allora vice di Caselli a Palermo.
I collaboratori Gaspare Mutolo e Luigi Sparacio avrebbero progettato di “incastrare” con false accuse l’avvocato messinese Ugo Colonna, cercando di ‘salvare’ giudiziariamente il boss Michelangelo Alfano. Spatola quel giorno era il 4 dicembre del 1998, per la prima volta in modo organico e dettagliato in un’ udienza pubblica, lancia accuse contro i suoi ex ‘colleghi’ pentiti, finite in un’inchiesta archiviata dalla procura di Roma.
La barba folta e lunga, vestito in modo dimesso, attorniato da due agenti di scorta ma senza alcun paravento protettivo, Spatola conferma con una frase le sue accuse a Contrada (aveva detto di averlo visto pranzare con il boss Rosario Riccobono in un ristorante di Sferracavallo), e poi racconta dall’interno dell’ambiente dei collaboratori protetti dallo Stato presunti accordi, privilegi e favori vari. “Si incontravano nei locali della Dia a Roma – ha esordito il pentito – lo chiamavano ‘l’ufficio’. Me l’ha detto Marco Favaloro”. Spatola chiama in causa pentiti vecchi e nuovi.
”Di Matteo tornava ad Altofonte ogni 15 giorni, Contorno cercava qualcuno su cui appoggiarsi per tornare a Palermo – ha proseguito – i miei guai sono iniziati quando ho cominciato a denunciare tutti questi fatti al mio avvocato ed al servizio di protezione”. Ed in un’occasione gli inviti al silenzio gli sarebbero stati rivolti dallo stesso Mutolo. “Non lo conoscevo – ha detto Spatola – mi telefonò per invitarmi a non accusare il generale Valentini e a non parlare con la stampa”.
Durante la sua collaborazione quando era ancora in carcere decise di “lasciarsi morire”. Poi ottenne gli arresti domiciliari per le sue precarie condizioni di salute e così fu trasferito in una localita’ segreta. Quando era agli arresti in asa gli fu recapitata a casa una busta con tre cartucce caricate a pallettoni . Nella busta vi era anche una lettera su cui era scritto a stampatello: ”Infame questo e’ l’ ultimo avvertimento te ne devi andare’‘.
Spatola ha testimoniato in molti processi per gli omicidi di mafia: da quello del giudice Cesare Terranova, consigliere istruttore del Tribunale di Palermo, ucciso il 25 settembre del 1979 assieme al maresciallo della Polizia di Stato Lenin Mancuso. E’ stato uno degli accusatore di Bruno Contrada, l’ex 007 del Sisde condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
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