Un calo di quasi un terzo rispetto al passato della riscossione delle imposte e dei tributi e soprattutto il dimezzamento dei servizi resi ai cittadini con gravi situazione determinatesi soprattutto per i servizi per i disabili e quelli di supporto alle scuole di secondo grado; nei casi più gravi, si segnalano situazioni di notevole arretrato nel pagamento degli stipendi, nella manutenzione e messa in sicurezza del patrimonio edilizio, nella manutenzione e messa in sicurezza delle strade.

Eè’ disastrosamente pericolosa la situazione economico finanziaria delle ex Province che non riescono più ad occuparsi dei compiti istituzionali. Lo dice la relazione della Corte dei Conti sezione di controllo dopo l’analisi della situazione finanziaria negli enti di aria vasta. Più grave quella dei Liberi Consorzi ancora commissariati, ma certamente non florida quella delle Città Metropolitane.

Una situazione determinata da due fattori. Negli ultimi 5 anni una sequenza di riforme regionali hanno paralizzato il sistema senza definire compiti e budget, dall’altro lato la situazione economicamente serena se non florida è precipitata per il contributo richiesto dallo Stato a questi Enti, contributo non sostenibile dai bilanci delle province e solo parzialmente compensato dai trasferimenti regionali. in poche parole dopo le riforme le Province non funzionano più ma costano di più di prima almeno alla Regione

“La drastica riduzione dei trasferimenti erariali – si legge nella relazione – risulta in parte compensata dai trasferimenti regionali, che nel 2016, ammontano a 28,15 milioni di euro, cui si aggiungono 23,9 milioni di euro a titolo di assegnazione straordinaria per garantire il pagamento degli emolumenti al personale dipendente e 5 milioni di euro (19,15 nel 2017) per il trasporto degli alunni disabili”.

“Sul versante dei trasferimenti regionali in conto capitale – continua – vengono evidenziati gli effetti distorsivi della contabilizzazione delle risorse finalizzate alla manutenzione straordinaria di strade provinciali e di edifici scolastici tra le entrate correnti, per via dell’espressa autorizzazione legislativa alla loro parziale devoluzione per il pagamento di quote capitale di mutui. Nel periodo esaminato, si registra un notevole incremento del grado di rigidità strutturale della spesa corrente a discapito della spesa in conto capitale, che passa da 140,2 a 30,5 milioni di euro. In molti casi, i livelli di spesa sono insufficienti per la stessa messa in sicurezza del patrimonio (in primis, strade e scuole) e per assicurare il cofinanziamento di importanti progetti di sviluppo”.

Ma a fronte di soldi che non ci sono, l’inesistenza di un livello di guida di questi Enti ne paralizza anche le attività di recupero dei crediti. Così le tasse non vengono riscosse e ne deriva  “la riduzione delle entrate tributarie, con un decremento delle riscossioni di 11,7 punti percentuali, e una flessione delle entrate extra tributarie del 28 per cento.
Nel quinquennio esaminato la consistenza degli organici del personale ha subito, a causa del blocco del turn-over una drastica riduzione (-19%), particolarmente marcata per il personale con qualifica dirigenziale di ruolo (-51%); ciononostante, i livelli di spesa media pro-capite, a livello regionale (€ 32,09), risultano quasi doppi rispetto al valore medio nazionale (€ 17,18), che risente del processo di riallocazione del personale in esubero presso altre amministrazioni (oltre 16.000 unità), non ancora avviato in Sicilia”.

Tra il 2014 e il 2016 il contributo di Finanza pubblica, ovvero le somme destinate al ripiano dei debiti statali, passa da 21,8 a 164,1 milioni, e sale ulteriormente, nel 2017, a ben 230,2 milioni. Un livello di prelievo insostenibile che indebita gli enti e causa ulteriore paralisi.

“In molti casi, le difficoltà finanziarie hanno determinato un blocco dei pagamenti, con conseguente attivazione dei recuperi forzosi mediante trattenute dell’Agenzia delle entrate a valere sui tributi riscossi dallo Stato. Ulteriori oneri restitutori discendono dai cd. “trasferimenti negativi”, dovuti all’eccedenza di importi da recuperare, da parte dello Stato, rispetto a quelli da erogare. Al 31 dicembre del 2016, l’importo complessivo ancora da restituire all’erario a vario titolo ammonta ad oltre 166 milioni di euro”.

Gli enti di area vasta sono così entrati in un circolo vizioso di indebitamento. una spirale che li trascina verso il basso “Tra il 2015 e il 2016, i residui passivi correnti passano da 192 a 289,8 milioni di euro; quelli di nuova formazione passano da 172,5 a 244,7 milioni di euro, per effetto, principalmente, della mancata estinzione di obbligazioni passive già scadute e regolarmente assistite da impegno contabile. A causa della ridotta solvibilità, i nuovi contenziosi passivi passano tra il 2015 e il 2016 da 30 a 101 milioni di euro”.

Di tutto questa situazione finanziaria hanno risentito particolarmente i servizi per i disabili e quelli di supporto alle scuole di secondo grado; nei casi più gravi, si segnalano situazioni di notevole arretrato nel pagamento degli stipendi.

“Nonostante il notevole impegno finanziario della Regione a sostegno degli enti di area vasta, in alcuni casi decisivo al fine di scongiurare situazioni di paralisi funzionale, risulta preoccupante – si legge nella relazione – il perdurante ritardo nell’attuazione della riforma regionale del sistema di governo di area vasta, nel quale fase transitoria, in cui i liberi Consorzi, ancora retti da Commissari straordinari, continuano ad esercitare le funzioni attribuite alle ex province regionali, ‘nei limiti delle disponibilità finanziarie in atto esistenti’. Tale gestione provvisoria si perpetua in un quadro di crescente aggravamento degli squilibri di bilancio: alle criticità indotte dall’endemica insufficienza delle entrate per la copertura di volumi di spesa molto elevati e scarsamente comprimibili, si è tentato di dare risposta attraverso il crescente utilizzo di entrate straordinarie – tra cui, in primis, l’avanzo di amministrazione – fisiologicamente inidonee ad un duraturo utilizzo nel tempo”.

La Corte poi evidenzia come, forse per cercare di far quadrare i conti, siano stati sottostimate le voci di spesa incomprimibili come gli stipendi solo per fare un esempio, o inseriti fra le entrate crediti di dubbia esigibilità.

La Corte dice senza mezzi termini che occorre un ambio di rotta e richiede si si mettano in atto: “rimedi … che, superando logiche emergenziali, assicurino una risposta ordinamentale tesa a garantire stabilmente la continuità istituzionale e la reale funzionalità delle amministrazioni in esame, garantendo risorse adeguate alle funzioni ed ai servizi istituzionali di pertinenza”.

“Tale obiettivo, in coerenza con i principi di buon andamento e di economicità, dev’essere rispondente ad una logica di riassetto e di razionalizzazione dell’intero sistema, secondo una visione strategica di ampio respiro, che va attuata secondo dinamiche concertative tra i vari livelli istituzionali coinvolti, ivi compreso quello centrale“.

Insomma tutto il sistema va rivisto ed è necessaria una concertazione fra Stato e Regione per garantire agli enti di area vasta le risorse necessarie a svolgere i compiti loro assegnati che si traducono, poi, in servizi essenziali ai cittadini