Non solo falcone e Borsellino, ma anche tutti i personaggi del giornalismo, dello spettacolo e comunque in vista nella società italiana che si erano schierati apertamente contro Cosa Nostra dovevano essere uccisi con il tritolo. “Nel ’92 Totò Riina lavorava su due fronti: a Roma e a Palermo”.

La ricostruzione è della procura di Caltanissetta ed è stata presentata oggi in conferenza stampa dal procuratore
aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci. Paci ha illustrato i dettagli dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip nei confronti del boss Matteo Messina Denaro, che nell’ottobre ’91 avrebbe deliberato insieme ad altri capimafia le stragi di Capaci e via D’Amelio in un summit a Castelvetrano.

“Un commando composto dai fratelli Graviano, da Sinacori e altri componenti delle cosche palermitane e trapanesi era a Roma – ha spiegato Paci – per colpire non solo Giovanni Falcone, ma anche l’allora ministro Claudio Martelli, oltre a Costanzo, Santoro, Barbato e lo stesso Pippo Baudo, reo di essersi messo in prima fila contro la mafia. I killer, appostati vicino al Ministero della giustizia non erano riusciti ad avvicinarsi a Falcone o Martelli, ma avevano la possibilità di commettere un attentato con l’esplosivo a danno di Maurizio Costanzo. Una seconda squadra, composta da componenti delle famiglie palermitane di San Lorenzo, Noce e Porta Nuova era incaricata di preparare un attentato a Falcone o in autostrada o in via Notarbartolo dove abitava”.

Ma, per assurdo, a bloccare il progetto fu proprio Totò Riina. Costanzo, disse, non è un bersaglio primario, bisognava prima colpire Giovanni Falcone.