Una rubrica dedicata ai beni culturali in Sicilia, Regione che ne ha competenza esclusiva dal 1975, anno in cui le fu trasferita dallo Stato, trova una sua particolare ragion d’essere nell’attuale momento storico, in cui due Regioni a statuto ordinario, Veneto e Lombardia, richiedono competenze specifiche in materia, nel più ampio quadro di rivendicazione autonomistica soddisfatta dall’esito favorevole del referendum del 22 ottobre scorso. Autonomia altrove reclamata come formidabile strumento di sviluppo, di cui invece per la Sicilia fino ad oggi i più svariati osservatori hanno chiesto l’abrogazione, additandola come causa di ritardi e criticità di ogni sorta, che ne hanno sancito il regresso nel panorama nazionale. Un paradosso logico e una beffa storica, ancor più incomprensibile ove si conoscano le ragioni che rendono un ragionamento di questo tipo né più e né meno un ingiurioso e autodistruttivo anacronismo.

Il titolo della rubrica si riferisce all’articolo dello Statuto della Regione Siciliana (L’Assemblea […] ha la legislazione esclusiva su […] turismo, vigilanza alberghiera e tutela del paesaggio; conservazione delle antichità e delle opere artistiche) che, fatto pressoché ignorato, nel 1946, due anni prima della Costituzione repubblicana, attribuì alle competenze della Regione la «tutela del paesaggio» (dove, peraltro, compare questo termine mentre ancora le precedenti norme in materia di tutela, Legge Croce, n. 78/1922, e Legge Bottai, n. 1497/1939, parlano ancora di «bellezze naturali»), unitamente alla «conservazione delle antichità e delle opere artistiche», identificabili queste ultime con quei «beni culturali» definiti giuridicamente mezzo secolo dopo dal Testo Unico (490/1999) e dal Codice dei beni culturali (42/2004). Fatto di assoluto rilievo e senza precedenti, in quanto si tratta di una legge di rango costituzionale tuttora in vigore, e non come le due costituzioni indicate da Salvatore Settis (che non menziona il precedente siciliano) come antesignane della nostra Costituzione in riferimento all’art. 9: quella della Repubblica di Weimar, del 1919 e quella della Repubblica Spagnola, del 1931. Di più, come sarà nella Carta Costituzionale (art. 9: «La Repubblica […] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») nello Statuto la tutela del paesaggio precede la conservazione dei beni, con ciò affermando la priorità imprescindibile della conservazione del contesto.

Con la premessa del particolare momento storico di cui si è detto e in considerazione dei programmi generici in materia di beni culturali e ambiente offerti dagli schieramenti in corsa in questa campagna elettorale, vorremmo dunque avviare questa rubrica fornendo al prossimo presidente della Regione qualche spunto per un programma politico per il patrimonio culturale, con un profilo che nettamente lo individui come collegato alla «specialità» siciliana e che metta in valore e attui le premesse pionieristiche e progressiste del «modello siciliano». Con ciò facendo riferimento sia a quello che riconosciamo come modello «storico», delle soprintendenze uniche, introdotte in Sicilia dalle leggi fondamentali nel settore del 1977 e 1980, sia a quello che distinguiamo come modello «nuovo» degli istituti autonomi secondo la legge 20/2000 per i parchi archeologici e la legge 9/2002 che ha istituito a Palermo il Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Un modello autonomistico che, diversamente dalla recente riforma Mibact, mantiene ancora insieme tutela e valorizzazione, secondo, cioè, un binomio inscindibile in cui dovrebbe attuarsi ogni intervento nella sfera delicata e articolata delle azioni per il patrimonio. Un «modello» che nella Regione che lo ha partorito quarant’anni fa e innovato in modo significativo diciassette anni fa, è stato travisato e indebolito (soprintendenze) e disatteso (parchi) dalla recente riorganizzazione dei beni culturali targata Crocetta. Il progetto di Alberto Bombace, che vide la luce quarant’anni fa, di costruire un sistema dei Beni culturali parallelo, più aderente alle specificità della Regione Siciliana e persino migliore di quello dello Stato, è stato tradito.
Una proposta, altresì, all’insegna di quell’ «uso sociale dei beni culturali ed ambientali nel territorio della Regione Siciliana», che la lontana legge 80/1977 individuava tra le sue finalità, insieme alla tutela e alla valorizzazione, con ciò rimarcando che il valore culturale, e quindi sociale, del bene è sovraordinato a qualsiasi altro valore, anche a quello economico. Con questa fondamentale premessa siamo altresì convinti che il binomio politica culturale – politica economica sia non solo possibile, ma auspicabile, in quanto «ogni politica culturale comporta una politica economica» (Carlo Tosco, 2014) e che servano interventi che mettano anche in moto l’economia che ruota intorno al settore e non solo di mero riassetto burocratico-amministrativo.