Avrebbero dovuto essere la concretizzazione della democrazia, ma sono riuscite a scontentare attivisti e candidati. Le parlamentarie, primarie del 5 Stelle dal nome evocativo, non hanno ottenuto quel successo di pubblico e di critica cui puntavano.

Tanti i motivi di malcontento, a cominciare dalle regole sulle possibilità di candidarsi. Sì, perché alle parlamentarie potevano accedere solo coloro i quali avevano già partecipato ad elezioni precedenti (sempre col M5S) e non erano stati eletti. E sebbene la regola, imposta da Grillo senza alcuna consultazione con gli attivisti, fosse stata giustificata come necessaria per impedire a qualche opportunista di salire su un probabile carro dei vincitori, a molti è sembrato un “premio di consolazione” per quanti erano stati trombati alle consultazioni precedenti. Strana regola, peraltro, quella imposta da Grillo, se si considera che lo stesso comico aveva fatto fuoco e fiamme quando il PD non aveva permesso la sua candidatura alla presidenza del partito.

Sulla trasparenza delle parlamentarie, ancora malcontenti. Le consultazioni sono state fatte via internet. Il sito, gestito da Casaleggio, permetteva di votare solo agli iscritti al movimento. Come se, alle primarie, il PD consentisse di votare solo a chi ha la tessera del partito. I “comuni cittadini” che avessero voluto esprimere la propria preferenza, trovavano le porte sbarrate. Insomma, se la sono cantata e se la sono suonata.
Lo “spoglio” dei voti, avvenuto senza alcun controllo da parte di terzi o degli attivisti stessi, è un puro atto di fede. Il tutto è avvenuto in camera caritatis, e considerando il mezzo utilizzato, se si fosse voluto manipolare il risultato, sarebbe bastato veramente poco.

E nuovi mal di pancia ci sono stati alla comunicazione dei nomi dei “candidabili”. Perché, ad onta dell’indignazione per le parentopoli politiche (basti pensare a quanto Grillo stesso abbia puntato il dito contro Fassino e la moglie), nelle liste del M5S i parenti si sprecano. Azzurra Cancelleri, sorella del Giovanni neoeletto all’Ars, a quanti la contestavano su Twitter, ha risposto di essersi candidata perché aveva i requisiti, e poi perché “me lo merito”. Non ha specificato, però, da cosa derivi questo meritarselo. Del resto, la sua stessa candidatura sul portale del movimento, non era accompagnata né da un curriculum, né da una dichiarazione d’intenti.

In Puglia, Maurizio e Tiziana Buccarella, fratello e sorella, hanno conquistato il primo e il quarto posto nella lista M5S. In Liguria, Cristina De Pietro, sorella del consigliere comunale 5 Stelle Stefano, risulta capolista. In Lombardia, Tatiana Basilio e Simone Ferrari, marito e moglie, hanno concorso entrambi, ma solo la prima è riuscita ad ottenere una candidatura.
Più spinosa la situazione nella circoscrizione Europa, dov’è risultata vincitrice Yvonne De Rosa, fidanzata del capolista in Campania Roberto Fico. Le contestazioni derivano soprattutto dal fatto che non si spiega il numero di voti presi dalla candidata, considerato che fa parte dei grillini solo dal 6 novembre 2012 e prima di allora aveva presenziato ad un unico MeetUp solo per accompagnare il fidanzato.
Lo stesso Roberto Fico, del resto, non è immune da contestazioni. Le regole del movimento prevedevano infatti la residenza nel collegio al momento della candidatura, attraverso autocertificazione. Una copia del certificato storico di residenza di Fico, comparsa in rete, testimonia invece che il capolista campano, fino al 25 novembre, era residente nel Circeo.

Ma anche gli staff dei gruppi consiliari regionali del M5S pullulano di attivisti non eletti. In Piemonte, dove i consiglieri del 5 Stelle sono solo due, la regione concede, per l’assunzione di collaboratori, la tutt’altro che modica cifra di 260.000 euro l’anno. I due consiglieri piemontesi hanno assunto sei persone, con contratti di durata variabile. Ecco chi sono: Ivan Della Valle e Marco Rodella, candidati non eletti alle regionali; Giorgio Bertola, ex consigliere comunale di Rivoli; Marco Scibona, leader dei No Tav in val Susa; Marco Nunnari, candidato non eletto alle amministrative di Torino; Laura Castelli, ex staffista del gruppo regionale della lista civica “Verdi con Bresso”, poi transitata nel 5 Stelle.

In Emilia Romagna, dove i consiglieri sono sempre due, la situazione è molto simile. I fondi per il personale del gruppo consiliare sono 130.000 euro l’anno. All’indomani delle elezioni regionali, Giovanni Favia si premurò di far sapere che, per non gravare sulle casse regionali, il movimento 5 Stelle si sarebbe avvalso di personale già interno alla regione, come previsto dalla legge. Vero? Mica tanto, perché il 5 Stelle emiliano, per il personale di due consiglieri spende più di 89.000 euro, dodicimila in più rispetto al PdL, che di consiglieri ne ha undici. Del personale interno alla regione non c’è traccia, ma anche qui amici e fedelissimi del 5 Stelle.

A chi ha contestato le decisioni di Grillo, come le regole per partecipare alle parlamentarie, così come anche l’assoluta mancanza di controllo dal basso e di trasparenza all’interno del movimento, lo stesso comico ha risposto sul suo blog con un diktat definitivo: se c’è qualcuno «che reputa che io non sia democratico, che Casaleggio si tenga i soldi, che io sia disonesto, allora prenda e vada fuori dalle palle! Se ne vada dal Movimento». E sono stati espulsi prima il consigliere regionale piemontese Fabrizio Biolè, poi il consigliere regionale Giovanni Favia.