“Lo Stato per i suoi figli, tutti, è padre e come tale deve comportarsi. Non come un patrigno, privo di umanità e sensibilità. Le istituzioni che lo rappresentano devono saper cogliere questo nobile significato”.

A parlare è Totò Cuffaro ex Presidente della Regione ed ex detenuto che oggi interviene per un altro politico ancora oggi detenuto: Marcello Dell’Utri. Gravemente malato dell’Utri si è visto rifiutare la scarcerazione per motivi di salute e cura e per protesta ha iniziato lo sciopero della fame e rifiuta le medicine.

Dell’Utri è in carcere per una condanna definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e da tre giorni attua lo sciopero della fame e delle cure.

“Il carcere, secondo la nostra Costituzione, deve avere un valore rieducativo e mirare al reinserimento del reo nella società – continua Cuffaro – e non rappresentare una punizione fine a se stessa. Lo Stato e, in questo caso, la magistratura di sorveglianza, credo debbano restituire il cittadino Marcello Dell’Utri alla sua casa perché possa curarsi e continuare, accompagnato dall’amore della sua famiglia, il suo processo di rieducazione e risocializzazione”.

“Solo in questo modo – aggiunge Cuffaro – la giustizia darà valore al significato che la nostra Costituzione assegna alla pena. So cos’è la sofferenza del carcere e per questo prego perché la nostra giustizia, nella quale ostinatamente continuo a credere ed a affidarmi, possa rivedere la sua decisione e consentire a Dell’Utri di scontare la sua pena in detenzione a casa”.

Ieri Dell’Utri aveva scritto una lettera aperta per dire chiaramente che non intende chiedere la Grazia e che la rifiuterebbe. Vuole, invece, giustizia per un uomo malato al quale deve essere consentito di curarsi. Le perizie richieste dal tribunale avevano considerato incompatibile la malattia con il regime carcerario ma i magistrati non hanno tenuto conto del parere medico nella loro decisione e adesso Dell’Utri rifiuta cibo e medicine “Mi vogliono morto – ha detto l’ex senatore forzista – e allora li accontento”.

“Non voglio la grazia, ma giustizia” scrive l’ex senatore in una lettera pubblicata dal Tempo, il giornale che aveva avviato una raccolta di firme proprio per chiedere la Grazia al Presidente della Repubblica.  Nei giorni scorsi la moglie di Dell’Utri, dalle colonne dello stesso giornale, aveva fatto appello affinchè il marito, malato, potesse curarsi fuori dal carcere.

La grazia, spiega Dell’Utri, “non è quello che vorrei mai ottenere. Io chiedo che si faccia piuttosto domanda di ‘giustizia’, se possibile. La grazia mi arriverà, purtroppo a scoppio ritardato, dalla giustizia di Strasburgo. Non mi piacciono gli atti di pietà quando si possono compiere atti di vera umanità e di sostanziale giustizia. Riserviamo la ‘grazia’ a quanti sono detenuti ingiustamente e patiscono mali morali oltreché materiali, e sono tanti, alcuni li conosco anch’io qui a Rebibbia”.

“Confermo una cosa che può apparire paradossale – conclude – ho più fiducia nella giustizia, complessivamente intesa, che nella politica, specie quella cui stiamo assistendo in questi anni, impotente di far valere la sua alta missione di regolatrice della vita democratica del nostro Paese”.

“Mio marito si deve curare. La sua vicenda dice molto di questo Paese. Quello che sta accadendo è una violazione del principio del diritto alla salute, sancito dalla Costituzione”. Dice a Repubblica Miranda Ratti, moglie di Marcello Dell’Utri.

“E’ cardiopatico, ha subito tre interventi con applicazione di quattro stent, è diabetico con un’ipertensione arteriosa e ha un tumore diagnosticato a luglio per il quale non ha ricevuto finora alcuna cura. Da tre mesi – dice la moglie – Marcello ha una dermatite che non passa. Figuriamoci se hanno l’organizzazione necessaria per la radioterapia. Sembra si sia deciso che debba morire in carcere”.

“Che giustizia è questa? Cosa ci distingue dal Venezuela di Maduro? La detenzione dovrebbe essere riabilitazione. Da noi è solo punizione”. Sul fatto che Dell’Utri sia stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, la signora Ratti si chiede: “Il motivo per il quale non ha diritto alle cure è questo? Il fatto che si porta appresso, e ancora non abbiamo capito perché, la parola ‘mafia’? Il diritto alle cure deve essere garantito a tutti. Altrimenti si abbia il coraggio di dire che nel nostro Paese, per alcuni, c’è la pena di morte”.